mercoledì 19 novembre 2008

Splinter (2008)



Toby Wilkins sta per rovinarsi la carriera, visto che sarà il regista di ‘The Grudge 3’, nuova possibile zozzeria targata Ghost House. Nel frattempo, godiamoci la sua opera precedente, il monster-movie ‘Splinter’. Wilkins non è comunque un debuttante assoluto, tutt’altro, visto che è un ex-tecnico degli effetti speciali divenuto regista negli ultimi anni e pure “mente” dietro al progetto ‘Devil’s Trade’. mini-serie televisiva dalle tematiche horrror. ‘Splinter’ è un monster-movie d’assedio, con tutti i crismi del prodotto marchiato B. Stazione di servizio isolata, creature in arrivo (una specie di ricci mutanti che attaccano i viventi e li trasformano in una sorta di zombies famelici), gruppo mal assortito (due fidanzati, un fuggiasco e la sua ragazza tossicodipendente in odor di crisi d’astinenza) e tutto ciò che ne consegue. Non è assolutamente possibile quindi parlare di originalità ma, nonostante questo, ‘Splinter’ si rivela un gran bel prodotto, visto che è ben girato, ben scritto e ben recitato. E’ un solido prodotto di genere, che si esalta soprattutto in un certo documentarismo delle immagini. Pur essendo ben lontano dai reality-horror, la narrazione assume molto spesso toni diretti, semplificati, decisamente realistici. La lotta per la salvezza dei nostri è davvero plausibile, non ci sono né eroi né metodi stravaganti per combattere le creature di turno (modello ‘Feast’, per dire). Tutto ciò che resta insomma è un monster-movie d’assedio di buona fattura, senza umorismo, con diversa azione e qualche bello spavento. Non pretendo di meglio, quando voglio vedere qualcosa di questo genere, anzi. Come nota aggiuntiva, il lavoro di Wilkins merita anche cinque punti in più, visto che da buon tecnico gli SFX è in grado di far sembrare spaventose creature create con quattro soldi: e l'inventiva a me piace proprio.

voto: 75

Donkey Punch (2008)




‘Donkey Punch’ è un thriller inglese dai toni un po’ claustrofobici che si svolge principalmente su una barca. Tre ragazze e quattro ometti si ritrovano per un party a base di sesso e droga, in cui la situazione involontariamente sfugge di mano. Il risultato è un cadavere, con relativo occultamento. Per le ragazze inizia un incubo, visto che gli ometti vogliono mettere a tacere tutto. Ben presto però tutti iniziano a litigare e si arriva alla tragedia finale, in pieno stile Rinascimentale. Poco gory, poco thriller, ‘Donkey Punch’ è un prodotto ben fatto, ma decisamente mainstream. Non è disturbante nemmeno per idea, visto che il tutto è sempre molto patinato, a parte qualche scena di sangue sul finale. Non è nemmeno eccessivamente violento se vogliamo, ma mantiene comunque un proprio fascino dettato dalla buona regia, dal montaggio piuttosto rapido e dalle interpretazioni serie ed adeguate. E’ un buon b-movie, ‘Donkey Punch’, poco disturbante ma sufficientemente teso, soprattutto nella sequenza del pasto che è un po’ il preludio alla canerficina finale. Non horror ma ben fatto.

voto: 65

mercoledì 5 novembre 2008

Eden Lake (2008)



Prima o poi doveva succedere. Ho cercato accuratamente di evitare di parlarvi di un certo genere di film horror, in questo blog, ma vista la quantità di uscite tematicamente legate dal sottile filo rosso della violenza “reale”, ho deciso di cimentarmi. Ordunque: ‘Eden Lake’ è un considerato un film horror ed effettivamente nasce dal lavoro di un regista horror come James Watkins e da buona parte del team creativo che è stato dietro al bellissimo ‘The Descent’. Eppure, ho ancora i miei dubbi nel considerarlo veramente horror. Non voglio nemmeno iniziare a discutere se un vero film horror deve contenere uno zombie, un demone o se è semplicemente possibile considerare horror un film con tematiche profondamente negative, anche se completamente realistiche. Però non è sempre possibile evitar di parlarne. Perché intendiamoci, c’è tutto un rischiosissimo discorso di identificazione tra pubblico e personaggi sotto, che ci può portare su sentieri per ora volontariamente poco battuti. Una quasi-simulazione di snuff come lo può essere la serie ‘August Underground’ o i celebri ‘Guinea Pigs’, dove si assiste semplicemente alla tortura e morte dei protagonisti, in un contesto privo di storia o di trama è horror? O è qualcosa d’altro? E’ un dato di fatto che lo smembramento, il dolore e la glorificazione della morte (con annessi e connessi di natura sessuale) siano un genere che interessa parecchio il pubblico e che mira ad un riconoscimento artistico in quanto tale. Anche se i miei dubbi sull’opera di un Buttergeit o di un Ittenbach rimangono, per un motivo molto semplice: mi annoio a vedere una novantina di minuti di sofferenze e morte decontestualizzate. Ma non divaghiamo. Se il gore fine a se stesso è un genere distinto dalla “storia dell’orrore” come categorizzare allora la recente moda del post ‘Hostel’, in tutte le sue forme, dalle più commerciali e banali a quelle più artistiche e ragionate? E’ indubbio che i film-makers si stiano nuovamente interessando a storie di violenza completamente umana, realistica e tremendamente vicina a noi. ‘The Strangers’, ‘Wolf Creek’, ‘Martyrs’, ‘Turistas’ e a modo suo, l’antesignano ‘Funny Games’ ci parlano di storie di ordinaria violenza, realistiche, che possono accadere a tutti noi. Sono storie senza catarsi, senza lieto fine, terribilmente crudeli e fredde. Non ci sono killer mascherati, né morti viventi né convenzioni horror riconosciute: si parla invece di sofferenza e morte di persone spesso innocenti. Potremmo davvero essere noi ad essere sequestrati in casa nostra, torturati e uccisi. O scomparire durante una vacanza, per non essere mai più ritrovati. Non si può negare: vedere uomini reali, autentici commettere efferatezze e crudeltà degne di un bollettino sui crimini di guerra è uno shock. E’ uno shock per lo spettatore contemporaneo, che spesso “rifiuta” questo genere di pellicole. L’austriaco Haneke colpì il mondo molti anni fa con quel gioiello di violenza pura che fu ‘Funny Games’ in cui si assisteva alla tortura sistematica e al massacro di una intera famiglia borghese, così, senza alcun motivo. Non è un caso che il regista mitteleuropeo sia stato invitato da Hollywood a fare un remake della propria opera proprio in questo momento. Film come ‘Funny Games’ (in entrambe le sue versioni) in fondo colpiscono duro per un motivo: rompono la convenzione per cui lo spettatore è completamente separato da ciò che vede sullo schermo. Se ci troviamo poi di fronte a registi abili, come lo stesso Haneke, iniziamo davvero a sentirci “parte” della violenza e la nostra visione diventa vero e proprio voyeurismo. Colpevole voyeurismo. Quelli là potremmo essere noi? Sia le vittime che i carnefici. E’ lecito? E’ morale? Può la settima arte proporci visioni e riflessioni di questo genere?
‘Eden Lake’ parte proprio da questi spunti: una coppia trascorre un weekend romantico su un lago. Incontra malauguratamente una band di teppistelli, sorta di Drughi più rurali, e si scatenerà una spirale di violenza incontrollata che non lascerà scampo per nessuno. E’ una sorta di home invasion all’aperto, quella di ‘Eden Lake’, che esplora ciò che nel particolare ‘Them’ era lasciato all’immaginazione. Persone comuni devono lottare per la loro salvezza, sfuggendo non da prezzolati assassini o da chissà quali psicopatici, ma da una banda di giovani bulli che cerca di compiere su di loro atti di efferata violenza. E come tutti gli adolescenti di oggi, si servono degli strumenti più semplici a loro disposizione: cellulari, biciclette e poco altro. ‘Eden Lake’ è un film realistico, controllato e gelido, diretto erede di ‘Cane Di Paglia’, ‘Arancia Meccanica’, 'La Fontana Della Vergine' e ‘Un Tranquillo Weekend Di Paura’; è’ una pellicola che riflette sulla dissoluzione delle regole basilari della società contemporanea senza bisogno di cataclismi o guerre; è un lungometraggio che insiste nello scoprire nervi come il disagio giovanile, la mancanza di valori e l’infinita spirale di violenza che consuma tutti, colpevoli e innocenti, senza lasciare scampo a nessuno. Il problema è che non lo fa creando una pellicola di suggestioni, ma sbattendoci in faccia la crudezza del dolore, della sporcizia, della sofferenza, della richiesta di pietà, mostrandoci davvero tutto ciò che succede quando l’umanità che c’è in noi scompare. E purtroppo ci rendiamo conto che vittime o carnefici potremmo essere noi. ‘Eden Lake’ è un film formalmente, nel proprio genere, molto molto bello, perché confezionato da una squadra di professionisti che riesce a catturare tempi e modi della suspense, del terrore e dell’ansia. Da un punto di vista più ampio invece, non riesco a rispondere ad una semplice domanda: ‘Eden Lake’ è un film horror? O è semplicemente un film drammatico? E se fossi rassicurato da questa distinzione di genere, mi sentirei meglio? O forse no?

voto: 80

domenica 26 ottobre 2008

Trackman (2007)



Sempre per la serie ‘Ghosthouse underground’, viene ripescato questo interessante slasher russo, ‘Trackman’. Interessante non per la trama, che tutto sommato è ordinaria, ma piuttosto per la forma: sto vedendo sempre più spesso prodotti di grande qualità provenire dall’ex-unione sovietica e devo ammettere che la visualità della nuova generazione di registi sembra non aver nulla da invidiare ai colleghi occidentali. Giusto perché sembra strano non farlo, è possibile confrontare il lavoro di Igor Shavlak con il più celebre fanta-horror russo di questi tempi, ovvero ‘I Guardiani del Giorno’. Dunque, le due pellicole condividono un grande senso cinetico, con la macchina da presa sempre in movimento, ma tutto sommato ‘Trackman’ rimane più classico, anche se si nota una buona ibridazione di generi: il prologo è un vero e proprio action/gangster molto vicino ai modelli a stelle e strisce, per poi cambiare marcia e diventare uno slasher claustrofobico. La vicenda è semplicissima: una rapina andata male si trasforma in una fuga nella metropolitana per rapinatori e una coppia di ostaggi. Incontreranno un killer spietato interessato alle loro cornee… e sarà l’inizio di un incubo. Scenograficamente imponente, ‘Trackman’ è una pellicola scura, in cui gli sprazzi di luce sono le torce che squarciano il buio quasi completo. I personaggi sono abbastanza credibili, anche se ovviamente il tutto si mantiene legato alla logica funzionale del racconto in cui molti dei protagonisti sono fondamentalmente carne da macello. Difetto principale di ‘Trackman’ è alla fine una scarsa originalità (che non era comunque richiesta più di tanto) e una sceneggiatura che cala nella parte centrale, dove mancano un po’ le idee e tutto quello che rimane è una caccia gatto/topo un po’ fine a se stessa. Interessante comunque, visivamente ma anche come prodotto in quanto tale.

voto: 70

No Man's Land: Rise Of The Reeker (2008)



‘Reeker’ non era stato tanto male, per come era stato concepito e realizzato. Vuoi mai che ci mancasse un seguito? Infatti eccoci qui a parlarvi del secondo episodio della saga del Reeker (o Drifter a dir il vero in lingua originale), misterioso assassino che porta con sè un terribile odore (di morte, ovviamente). La Ghost House ha inserito questo seguito nella propria recente collana ‘underground’, che finora mi ha regalato discrete sorprese. Certo, una volta visto l’originale il seguito parte con aspettative decisamente più basse, visto che il divertimento è tutto nel finale a sorpresa. ‘Reeker 2’ parte con un flashback che dovrebbe un po’ spiegare le origini del killer e inquadrarlo nella sua dimensione migliore. E’ lo stesso Dave Payne ad occuparsi di sceneggiatura e regia, come nel primo episodio, e vedo perciò questo tentativo come un bel diversivo per confonderci le idee, visto che altrimenti la visione del film sarebbe stata semplicemente un’attesa per il twist finale. Notevole allo stesso tempo fin da subito la voglia di stupire visivamente, più che in passato, che rende il ritratto del killer locale, ambientato negli anni ’70, un piccolo film nel film di grande caratura. Ben fatto mentre normale rimane invece lo sviluppo della storia, con il soprannaturale mietitore che si fa pian piano largo degli sfortunati protagonisti, che stavolta sono lo staff di una tavola calda, dei rapinatori e un paio di poliziotti. Per il resto tutto nella media, anche se gli sforzi di Payne per rendere lo script interessante non sono sempre riusciti e ci si riesce già a spiegare molte delle stranezze durante la pellicola, senza attendere il twist finale improvviso. D’altronde, perso l’effetto sorpresa…

voto: 65

Brotherhood Of Blood (2007)



‘Brotherhood OF Blood’ è un film del 2007, “acquistato” dalla Ghost House per essere distribuito nella collana “underground”, dedicata alle uscite direct-to-dvd. Le premesse sono buonissime: un vampire-movie caratterizzato dalla presenza di una coppia come Sid Haig e Ken Foree, icone del genere già viste insieme ne ‘La Casa Del Diavolo’ di Rob Zombie. La trama è linearissima: la consueta lotta fra vampiri e cacciatori viene interrotta dall’arrivo/resurrezione di un temibile vampiro/demone, Vlad Kossei, che cambierà i rapporti di forza in entrambe le parti. A dirigere il tutto troviamo Michael Roesch e Peter Scheerer, scuola Uwe Boll, in uscita peraltro con il seguito di ‘Alone In The Dark’. Girato in soli dodici giorni, ‘Brotherhood Of Blood’ è una pellicola abbastanza particolare. Tutta girata in interni (in dodici giorni peraltro), la storia è raccontata a falshback e flashforward, in modo che il tutto viene ricostruito per intero soltanto negli ultimi minuti (non c’è comunque circolarità, si parla proprio di montaggio delle sequenze volutamente disordinato). Oltre a questo, non si può non notare lo stile claustrofobico per cui non esistono campi lunghi né inquadrare di raccordo, né piani più ampi di quelli americani: in definitiva il 75% del film è giocato su mezzobusto e primi piani. Roesch e Scheerer insistono moltissimo sui volti e la loro scelta in qualche modo è ricompensata da prove attoriali più che buone, fra cui quelle della protagonista Victoria Pratt, nome già usuale nel circuito underground e televisivo (la serie sci-fi ‘Mutant X’ e di recente un discreto remake di ‘Viaggio Al Centro Della Terra’). Come da scuola Boll, la telecamera a mano segue molto spesso da vicino i personaggi, ma il germanico duo riesce ad eludere il tipico e terrificante tremolio di Uwe guadagnandosi diversi punti. Infine, le prove di Haig e Foree: mentre il primo gigioneggia con grande stile, Foree è un po’ intrappolato in un semi-parodistico vampiro/pirata in definitiva troppo macchiettistico per essere piacevole. Narrativamente derivativo ma non spiacevole, tecnicamente volitivo (è una scelta ben precisa girare un film di primi piani, bisogna ammetterlo), ‘Brotherhood Of Blood’ è un altro film sui vampiri con qualche freccia al proprio arco. Per gli amanti del genere sicuramente da vedere, per tutti gli altri una possibile scelta.

voto: 65

venerdì 24 ottobre 2008

House (2008)



E’ veramente difficile scegliere fra le centinaia di film presenti sul mercato horror, considerando che esiste tutto un settore indipendente veramente gigantesco (da cui il sottoscritto per ora attinge con cautela). Nella pletora di titoli più recenti, ‘House’ l’ho scelto soprattutto per il cast notevole: Bill Moseley, Michael Madsen e Leslie Easterbrook (già con Moseley ne ‘The Devil’s Rejects’). La storia è tratta da un thriller soprannaturale di Ted Dekker, scrittore piuttosto celebre negli States e racconta di due coppie intrappolate in un motel di campagna, inseguite da un misterioso killer, “l’uomo di latta”, che ha organizzato per loro una sorta di gioco in cui tutti moriranno all’alba se le regole non verranno rispettate. Le tempistiche di ‘House’ sono la cosa che mi ha colpito di più, alla fine: dopo la prima mezzora di introduzione, gli altri due terzi del film sono tutti dedicati alla suspense, scelta questa ben onorata poi da Robby Henson, regista con qualche buona esperienza passata, tra cui la riduzione di un altro libro di Dekker, ‘Thr3e’. Per il resto, la storia si identifica quasi subito per essere un thriller soprannaturale, più che un horror: di sangue effettivamente se ne vede poco, così come di spaventi veri e propri. Contano invece molto di più le trovate scenografiche e narrative che mescolano la realtà alla fantasia, che rendono ‘House’ un film debitore in molti punti di un’estetica Lynchiana evidentissima: coloratissimo e surreale, ci presenta tutta una serie di personaggi al limite del grottesco (la famiglia proprietaria dell’albergo) e situazioni ad alto tasso simbolico. Nella casa maledetta c’è un accumulo di situazioni incredibile: fantasmi, demoni, presenze varie, un killer mascherato, e una famiglia di degenerati dedita a pratiche indicibili che vanno dal possibile incesto al possibile cannibalismo. I simboli sono tanti, e si gioca moltissimo sulle “colpe” dei protagonisti, su temi pseudo-cristiani di violenza, perdono e vendetta. In definitiva c’è tantissimo a bollire in pentola e la sequenza finale della resa dei conti è proprio quella che confonde di più. Qualche personaggio è sfruttato malino (i “sinistri” albergatori, compresi del figlio, da metà film in poi diventano inutili, quasi parodistici) e anche se non posso scendere nel dettaglio, visto che non ho letto il libro, credo che tutto sia responsabilità di uno script non in grado di catturare le parti salienti del testo originario. Visivamente affascinante, surreale in maniera inventiva nella parte centrale, ‘House’ finisce in mezzo pasticcio perché finisce per non spiegare molte, troppe cose. Un paio di fili narrativi in meno e avrebbe potuto essere un grande film. Se ci aggiungete un finto finale alla Shymalayan poi, si inizia a diventare nervosi. Sprecatissimo.

voto: 55

giovedì 23 ottobre 2008

Dance Of The Dead (2008)



Capolavoro. Perché quando ce vo’ ce vo’. ‘Dance Of The Dead’ è uno dei migliori zombie movie degli ultimi anni e, in campo zombie-comedy è secondo solo al grande classico ‘Return Of The Living Dead’ e al più recente ‘Shaun Of The Dead’. La ricetta di Gregg Bishop è semplice: seguire la tradizione fino al punto giusto, per poi metterci del suo. Potendo contare, soprattutto, su una conoscenza del lavoro di regista notevole. ‘Dance Of The Dead’ parte dal solito assunto: i morti tornano in vita, forse per colpa della solita centrale nucleare modello Springfield, e prendono possesso del ballo della scuola. Chiamati a salvare l’intera categoria dei teenagers locali sono un gruppo di malassortiti nerd, che avranno così modo di riscattarsi agli occhi della comunità. Metà ‘La Rivincita Dei Nerd’, metà zombie-movie, ‘Dance Of The Dead’ dissacra ovviamente i cliché dell’America di oggi, fra professori ampiamente repubblicani, bellone di turno e macchiette tipicamente provinciali come i pizza-guys, le prom-queens, i bulli e tutto il resto. Le performance attoriali sono incredibili e spicca su tutti l’incazzosissimo Justin Welborn, già protagonista del grande ‘The Signal’, ma notevoli sono anche i nerdissimi Jared Kusnitz (già visto nel fulminante ‘Otis’) e la bella Greyson Chadwick. Dotati dello spirito giusto, i nostri riescono a rendersi credibili quanto basta sia nel flirtare e seguire le lezioni sia quando si tratta di prendere a badilate orde di zombies famelici. Grandissima l’idea di rendere i mostri ipnotizzati dalla musica, così che possano trovare gloria anche i tre punkrockers locali, impegnati a creare un bel diversivo dalle assi del palco del Prom mentre i nostri eroi salvano la situazione. Oltre a queste caratteristiche già di per sé sufficienti a rendere ‘Dance Of The Dead’ un grandissimo film, vanno elencati tutti i piccoli omaggi alla tradizione, rivista comunque con il giusto spirito. Bishop e la sua troupe poi sono in grado di sostenere una regia dinamica, mai confusa ma comunque “cinetica” al punto giusto da rendere mai banali le sequenze più pacate e terribilmente adrenaliniche quelle d’azione. Epocale lo scontro dei nostri con i mostri nella funeral house e da ricordare anche la sequenza in cui i giovani si armano di tutto punto per prepararsi alla sfida finale. Infine, ma non meno importante, lo script è in grado di sostenere un umorismo un po’ surreale per tutta la durata dell’avventura, senza mai cadere nella parodia ma assestando un paio di momenti da manuale. Divertente, gory, ben girato: ‘Dance Of The Dead’ è la miglior distribuzione mai presa in mano dalla Ghost House. E’ anche meglio dei film prodotti direttamente da loro, se per quello. Ma non diteglielo, che se no ci propinano altri quattro seguiti di Boogeyman.

voto: 90

13 Hours In A Warehouse (2008)



Dallo sterminato sottobosco di produzioni horror più o meno indipendenti spunta anche ’13 Hours In A Warehouse’, atipico progetto statunitense in cui sono coinvolti nomi più o meno sconosciuti (solo Paul Cram si è visto in parecchie pellicole assolutamente minori). Stiamo parlando di un film atipico in quanto in fondo, il lungometraggio di Dav Kaufman è un vero e proprio ibrido di generi. I natali sono anche abbastanza chiari: Tarantino, Hostel e l’horror movie di infestazione. La storia è semplice: un gruppo di malviventi di seconda mano si rifugia, dopo un colpo, in un magazzino abbandonato insieme ad un ostaggio. Le 13 ore che li separano dalla consegna della refurtiva però, si riveleranno fatali, in quanto il posto è infestato dalle anime di alcune donne ivi torturate e uccise da un maniaco che si divertiva a girare degli snuff movies. Gli spiriti ovviamente prenderanno in simpatia il povero ostaggio e si vendicheranno sui malcapitati furfanti. Metà ‘Le Iene’ e metà casa infestata, più un pizzico di ‘Hostel’, ’13 Hours In a Warehouse’ è una pellicola minore, certo, ma non mal realizzata. Anzi, si lascia davvero guardare con piacere per come è stata pensata, progettata e poi filmata. Gli effetti sono adeguati, la tempistica della sceneggiatura è puntuale, l’intreccio chiaro ma mai banale. Se ci aggiungiamo poi l’idea di miscelare normalità con supernaturale in maniera abbastanza stridente (non c’è praticamente suspense, è chiaro fin da subito che i nostri sono al cospetto di forze soprannaturali) il risultato funziona molto bene. Ottima la rappresentazione delle tre donne fantasma, visualmente concepite come una sorta di “registrazioni” effettate in post-produzione e carina anche la sequenza di morte nel bagno, con il malcapitato di turno letteralmente sorpreso dalla direzione dell’attacco (se ve lo descrivo sembra una fesseria, mentre visivamente rende bene quindi vi lascio la sorpresa). Il magazzino posseduto dalle anime che vogliono vendetta diventa ben presto un mattatoio in piena regola, in cui influiscono, come ovvio, le divisioni e le rivalità fra i malcapitati. Interessante prodotto a basso costo ma ad alto risultato.

voto: 65

Petrified (2006)



Non è che sia mai stato un grande fan di Charles Band, a dire il vero. Però qualche b-movie l’ha azzeccato (Gingerdead Man, i primissimi Puppet Master, The Dead Hate The Living) il discusso regista/produttore, e perciò ogni tanto se posso mi aggiorno su quanto il nostro mette sul mercato. ‘Petrified’ ha ormai un paio di anni e Band in questo caso è solamente regista e produttore. La storia è semplice: un alieno mummificato viene fatto rivivere per sbaglio da dei contrabbandieri, in prossimità di una clinica di riabilitazione per universitarie ninfomani (!). Sarà compito di alcuni improvvisati eroi salvare la situazione. Tenicamente poverissimo, ‘Petrified’ si dimostra un’opera furbesca, in quanto Band dopo tutti questi anni è in grado di mascherare molto bene i suoi limiti di produzione. Fotografia e movimenti di macchina sono adeguati, e tutto sommato pure il cast di perfetti sconosciuti non si autodistrugge con delle recitazioni troppo idiote. L’alieno è una sorta di mummia/mostro piuttosto ben realizzato con i vecchi metodi e quando la creatura indulge nello spiare le studentesse che si spogliano ci scappa pure un sorriso. La trama è quasi inesistente, con i personaggi che si rincorrono per le stanze della sorority house di turno, senza allontanarsene mai (sarebbe troppo facile no?), finché l'intelligente di turno non escogita l’arma perfetta per accoppare il mostro (col sale!). Nella terra dei b-movie ‘Petrified’ quindi si sente a proprio agio, ma pecca in una eccessiva verbosità che a lungo termine diventa noiosa. I personaggi insistono nel discutere di cose completamente inutili senza quella verve tarantiniana ad esempio che rende il tutto così irresistibile. ‘Petrified’ perciò ha il difetto di essere una pellicola formalmente ben fatta (ricordiamoci sempre che in questi casi non è mica detto che il regista sappia cosa sono le inquadrature, eh), ma narrativamente resta un brodo allungato di ottanta minuti in cui almeno venticinque potevano esserci risparmiati. Con qualche altra idea magari poteva essere un piccolo trash di valore (Gingerdead ad esempio, ha quella spinta aggiuntiva innegabile che lo eleva di molto sopra un prodotto come questo). Quando Band se li scrive da solo i film di solito sono un po’ meglio. Un po’ eh. E comunque il fiuto migliore ce l'ha quando produce e basta.

voto: 55